È molto difficile per me dire qualcosa di questo libro, altrettanto quanto lo sarebbe non dire nulla. Provo un forte disagio, poiché percepisco la sovraumana fatica sottostante la sua stesura e temo che ogni parola si collochi fuori posto e soprattutto al di là del rispetto che si deve ad una sofferenza di tale mole, che ogni parola sia priva di ogni principio di adeguatezza e di completezza. Se ciò dovesse accadere, ed accadrà, me ne scuso sin dal principio.
L’uomo che trema di Andrea Pomella (Einaudi) è la storia della depressione di un maschio bianco eterosessuale occidentale segnato da un trauma legato alla figura paterna. Potrebbe essere la mia depressione, ma ovviamente non lo è. Pomella sin dalle prime pagine si mette al riparo dagli altri depressi , dicendo «la mia malattia non ha una fisionomia precisa. Due malati della mia stessa malattia possono mostrare sintomi differenti, provare diverse esacerbazioni, sempre nuove corruzioni del sistema nervoso» perché mettersi al riparo dalla depressione degli altri è l’unico modo per costruire il linguaggio adeguato alla propria. Da depressi non ci si può occupare della depressione, ma della propria depressione, ed occuparsi della propria depressione significa anche ingigantire. Perché non esiste altro. Tra le pagine che più mi hanno colpito vi sono proprio quelle che rendono questo meccanismo ineluttabile e imprescindibile, le pagine dell’ipertrofia egotica del depresso, il suo (e il mio) egoismo brutale, quello che in un dialogo verso la fine del libro porta il protagonista a rivolgersi stizzito al proprio amico con un «No, non lo sai» di fronte al sentirsi dire «Ci sono passato anch’io, so come sei stato». Ma questa è anche la reazione del lettore depresso. Se chiunque leggendo il libro avrà pensato “Mio dio, come può quest’uomo soffrire così tanto?”, il mio pensiero nel corso delle pagine è piuttosto stato “Mio dio, come può quest’uomo soffrire così poco?”. E non perché non vi sia una sofferenza di fondo, non esiste dubbio alcuno che Pomella soffra nel peggior modo in cui si possa soffrire, ma i suoi stessi meccanismi di ego vengono riprodotti da chi leggendo ne condivide, almeno in parte, la storia, la malattia, creando una connessione che mira più all’indicibile che al detto, lasciando spesso alla parola un senso di incompiuto rispetto al dolore, al male, al cattivo umore, come lui stesso lo definisce.
Intorno alla malattia vi è inoltre quel particolare non trascurabile che è la vita. Gli elementi che contornano la malattia di Pomella, sua moglie, suo figlio, la sua casa, il giardino con il suo infinito potere simbolico, Elliott Smith, il tubo di gomma, quel tubo di gomma in vacanza con il quale Pomella pensa di fuggire da tutto, da tutto e per sempre. L’ideazione suicidiaria è un aspetto emergente del libro, un aspetto che emerge in quella sera precisa ed allo stesso tempo un elemento che si muove subdolo all’interno di diversi momenti dell’esistenza, dall’essere salvati dal semplice fatto di non trovarsi ad un piano alto, all’immaginare la propria testa trapassata da un proiettile. L’ideazione suicidiaria è ciò che più ha avvicinato la storia della mia depressione al libro che mi trovavo davanti. In particolare un certo tipo di ideazione suicidiaria, che è stata quella che mi ha spinto verso un percorso di cura. Un momento preciso, un momento di differenza interiore.
Non era la prima volta che avevo questo tipo di pensieri per la testa, era già diverso tempo che potevo dirmi depresso, come scoprì successivamente. Mi trovavo in salotto, ero da solo stavo bevendo un bicchiere d’acqua, in piedi con una mano sul tavolo mentre con l’altra mi portavo il bicchiere alla bocca. Era estate, faceva caldo. Il ciclo della mia depressione è fondamentalmente primaverile ed estivo, con l’arrivo del freddo rinasco per poi iniziare un percorso di declino e perdita al ritorno della luce, un po’ come Pomella, in fondo. Dunque, era estate e faceva caldo. L’acqua ghiacciata mi diede un senso di fresco breve ma soddisfacente, quando improvvisamente sentì che quello sarebbe stato l’ultimo momento in cui avrei provato una sensazione del genere. Tutto nella mia vita gridava fallimento, non ero riuscito in nulla di ciò che mi ero prefissato, precario, senza risparmi, senza una casa mia, sarebbe bastato niente per finire a vagare per le strade di Roma. Non solo non sarebbe bastato niente, ma in quel momento era per me una certezza. In quel preciso istante non mi stavo chiedendo se, ma mi stavo chiedendo quando. Quando sarei diventato un senzatetto? E con cosa avrei riempito la mia vita fatta interamente di palliativi atti a nascondere il dolore? E dove avrei bevuto un altro bicchiere di acqua ghiacciata in mezzo alla calura estiva? Ad ogni domanda che mi si formava dentro la testa sentivo il battito cardiaco accelerare, l’aria sparire. La mano che avevo sul tavolo lo strinse, per permettere al braccio di sorreggermi, di non farmi cadere, ma era una mano debole, un braccio tremante, non respiravo quasi più. Pensavo che il cuore mi sarebbe esploso, che quell’affare non fosse stato progettato per battere così forte senza squarciarsi nel petto. Nella mia testa si formava l’ultima domanda: Cosa farai quando sarà così? La risposta che si formò da sé fu “Stai tranquillo, puoi sempre morire, puoi morire, quando vuoi, in qualunque istante tu lo desideri, puoi morire.” In quel preciso istante il cuore ha iniziato a rallentare, l’aria a farsi respirabile. Sono stato accompagnato da una sensazione di rilassamento mai provata prima, un sollievo di quelli che scorrono per tutto il corpo, di quelli che ti prendono ogni muscolo, quasi una sensazione post-orgasmica, la sensazione fisica migliore che avessi mai provato in tutta la mia vita. La miglior sensazione che avessi mai provato l’avevo provata perché avevo realizzato la piena disponibilità della mia morte. Le altre volte era un pensiero che cercavo di scacciare, questa volta mi ci adagiai, mi feci avvolgere da un calore rassicurante ed unico. Fu lì che mi convinsi ad andare al CSM con ciò che ne seguì: lo psicologo, lo psichiatra, i farmaci, la nausea, il vomito, il ridosaggio, ancora il vomito e tutte quelle così lì del corpo. Un corpo disprezzato, deforme, mostruoso come dice bene Pomella. Un corpo da abolire, ma che la malattia rende incancellabile, poiché radica il mentale nel corporeo, rendendo impossibile i dualismi mente/corpo, mente/cervello, rendendo stomachevoli i riduzionismi cervello/cervello ed indesiderabile l’esistenza assoluta dell’Anima, mentre ti trovi davanti esclusivamente alla tua carne marcescente perché sono settimane che non riesci neanche a lavarti, figuriamoci a guardarsi senza pietà, senza nausea di sé e delle membra che reiterano la tua esistenza senza volerne sapere di consungersi. Un corpo rifiutato dalla malattia, che continua ad essere rifiutato anche dalla cura:
- Sentire cose che non sono reali (allucinazioni), agitazione, incubi
- Sonnolenza durante il giorno successivo, intorpidimento emotivo, riduzione dell’attenzione, stanchezza, mal di testa, capogiri, difficoltà a ricordare le cose, che può essere associata a comportamento inappropriato, atassia (perdita della coordinazione muscolare), peggioramento dell’insonnia, irrequietezza, aggressività, delirio, rabbia, disturbi mentali (psicosi), sonnambulismo, comportamento inappropriato e altri effetti comportamentali negativi, perdita della memoria (amnesia), che può essere associata a un comportamento improprio;
- Sensazione di giramento di testa con perdita dell’equilibrio (vertigini);
- Diarrea, nausea, vomito, mal di stomaco;
- Sdoppiamento della vista;
- Diminuzione del bisogno sessuale (libido)
- Prurito su tutto il corpo
- Sogni anomali
In cambio di non voler morire. In cambio del silenzio, in cambio della messa a tacere dell’impulso irrefrenabile di saltare, tagliare, soffocare.
Pomella parla di rassicurazione, un processo invertito nella mente depressa rispetto alla mente sana, in processo che vede la salvezza lì dove la persona sana vede l’incubo. Quello che Pomella riesce a far trasparire con grande chiarezza è che per il depresso non vi è realtà che tenga, solo la depressione è reale. Fagocitante. Divora gli affetti, svuota le relazioni, le passioni, è un incedere totalizzante, un vero e proprio sistema totalitario che sussume sotto i suoi dettami tutto il circostante. Ciò che si percepisce come fondamentale all’interno del libro sono invece proprio le figure della moglie e del figlio, quei due elementi contrastanti la realtà totale, in grado di muoversi come schegge impazzite contro il Male Oscuro. Fondamentale è quel bisogno di smantellamento del gigantesco, l’insinuarsi della vita, che sia dalla preoccupazione per un incidente alla visione di Guerre Stellari. Ed è tanto fondamentale quanto contingente, poiché le schegge impazzite non sono ad appannaggio di ogni depresso, ma solo ovviamente, del depresso che le ha, che in qualche modo ha ricevuto il dono di averle, che non le ha cacciate, rifiutate o mai avute, privato dei piccoli appigli del mondo fuori da sé. È in questi tratti che emerge la dimensione personale della malattia poiché si fa chiaro che, pur di fronte allo stesso male, fondamentale diventa la galassia nel quale il male si sviluppa, l’influenza ambientale sugli elementi chimico/organici e psicologici, con la storia di Pomella che orbita intorno a Roma Nord, ad un lavoro prima detestato ed adesso maggiormente consono al proprio background di ispirazioni, alle corse alla Balduina sino a casa di Giuseppe Berto, con il lettore che o vi si trova immerso, o cerca disperatamente di ricostruire la propria galassia nella quale salvarsi.
Ma la malattia si muove all’interno della contraddizione, per cui anche il salvifico è spesso lontananza, conflitto, così come è conflitto l’esser padre di Pomella, nell’eterna ricerca di non essere il suo, di padre, nella ricerca di salvare qualcun altro da ciò che non ha salvato se stesso. Se da un lato come scriveva Hölderlin «lì dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva», il depresso è tra i malati più restii al farsi salvare. Suonerebbe ridicolo sentire un malato di cuore dire “cosa ne sarebbe di me se il mio cuore fosse sano”, ma non sarebbe strana invece una frase del genere detta da un depresso, perché il depresso diventa la sua depressione, diventa quasi impossibile ricordare un prima ed impossibile immaginare un dopo. Pomella scrive: «Sono a tal punto depresso che non sono in grado di stabilire come potrei essere se non fossi depresso. Voglio dire, che aspetto avrebbero le mie idee se fossero ripulite dalla crosta della depressione? Quali sarebbero le mie reazioni? Che forma assumerebbero le mie espressioni al cospetto di una nuova visione del mondo?». Avendo visto che la depressione è totalità, la domanda che si pone diventa cosa ne sarebbe di tutto quanto? Potrei tornare a desiderare il sesso? L’amore? Pensare di poter fare qualcosa della mia esistenza? Prenderla in mano? Pensare che qualcosa possa andare meglio di così? Che tutto possa andare meglio di così? Sarei più stupido? Se c’è un grande inganno della depressione è quello della profondità. Ah, quanto ci sentiamo profondi noi depressi, i felici sono stupidi. Che ego gigantesco, cazzo. Che ne sarà di me?. Un passaggio del libro che mi ha particolarmente colpito dice: «Il mondo mi spezza il cuore. È questa la verità, l’ultimo grido a cui riesco a ridurre la realtà, la domanda che adesso mi pongo non è “Perché sono depresso?”, ma “Come fate a non esserlo tutti?”». Guarire vuol dire essere tutti, non essere sé. E fa paura.
L’uomo che trema è un libro che rimane fortemente abitato dal tema dell’apertura al mondo, un’autoanalisi a cielo aperto, dove Pomella può specchiarsi nell’ipotetico lettore, così come nel suo primo medico, dove la scrittura stessa diventa protagonista, forma di indagine del sé e della malattia che quel sé definisce in maniera tanto profonda ed irrimediabile. L’uomo che trema si struttura nella forma dell’invito, nell’invito al sano ad entrare nel mondo del malato, nell’invito al malato ad affinare gli strumenti per la conoscenza stessa della sua malattia, approfittando proprio di quell’elemento dell’unicum che sin dal principio infonde chiarezza sulla singolarità, cercando ad ogni modo di abbattere il principio dell’esclusività: «Far capire a un depresso che la sua malattia non è niente di che, che non è della gravità che egli aveva immaginato, che tutto sommato è nella norma, un quadro clinico tra i più diffusi, significa mettere a repentaglio l’unica cosa a cui egli conferisce senso. Perché se è vero che tra gli esiti finali della malattia c’è il privare di senso ogni aspetto della vita, la sola cosa che resiste a questo disfacimento è la malattia stessa. La malattia è così piena di senso, la malattia ingurgita come un mostro obeso tutto il senso che normalmente una persona sana rintraccia nel creato. Perciò il medico psichiatra, ora, con il suo distacco professionale con i suoi tranelli tesi a farmi riepilogare il mio caso, non sta facendo altro che demolire l’ultimo totem, spianare la radura». L’apertura del libro è proprio in quello spianare la radura, è l’offrire una storia a chi non sa e cercare di regalare una demolizione controllata a chi invece conosce, una demolizione dove lavorare con la parola al fine di erigere le mura di uno spazio sul quale possa ogni tanto attaccarsi quell’aggettivo impossibile anche solo a pensarsi, sicuro. Ma sempre spaventoso.









