Ben Marcus: morire di linguaggio

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L’alfabeto di fuoco, edito in Italia da Black Coffee, è un romanzo che tratta una malattia, una malattia endemica che rischia di farsi pandemica, una malattia inevitabile. L’alfabeto di fuoco tratta dell’essere umano che si ammala di se stesso. È endemica perché inseparabile dall’uomo e allo stesso modo pandemica proprio perché corre il rischio dello sviluppo nella totalità. È la parola che si muove nella bocca, l’aria che si fa fonema, la fluttuazione sonora significante che supera cartilagini, che si poggia sui timpani ed accende processi sinaptici inarrestabili. È un libro che tratta di padri e figlie, della distruzione dell’arte di comunicare. Parte da un nucleo chiaro e tutto sommato semplice con un’eco che riporta a quel capolavoro della mancanza che è Cecità di José Saramago: gli adulti, a differenza dei bambini, non possono più sopportare il linguaggio. C’è qualcosa nel parlare infantile che ne corrode la vita cellulare, che ne strappa la linfa vitale pezzo a pezzo sino a trasformarli in spettri di sé. L’essere umano si ammala di sé stesso in maniera duplice, si ammala della sua essenza linguistica e si ammala della sua progenie parlante, si ammala dei suoi grandi doni naturali, quegli stessi doni che sono essenzialmente e profondamente culturali. L’alfabeto di fuoco è una storia di quarantene, di torbidi luminari della medicina, è una storia che potrebbe quasi essere un thriller se non fosse che avvincono più le riflessioni del protagonista, Sam, che l’avvicendarsi delle azioni. È una storia di ebraismo, è una storia che si nutre del rapporto tra Dio e la Parola, è una storia che vede nel Nome di Dio una stella polare e che nei vede nei suoi sviluppi riflessivi una luce che sembra riportare ai saggi sul linguaggio di Walter Benjamin, alla Gewalt, la violenza della parola, l’irruzione nella vita con la dispersione e l’immersione del divino. Ne l’alfabeto di fuoco la distruzione del linguaggio è anche simbolo della disgregazione tra creatori e creati, così come tra Dio e gli esseri umani, tra i genitori e i figli, con barriere di incomunicabilità tanto fisiche quanto presenti sul piano dei significati. In questo frangente il personaggio di Esther, figlia di Sam e di Claire, assume un aspetto quasi totalizzante, che rende anche un senso di straniamento rispetto all’età del personaggio. Esther travalica i genitori in sarcasmo, arguzia, intelligenza, ma anche nell’applicazione della materia linguistica a sua disposizione, Esther è la figlia che si fa elemento dominante e distruttivo in grado di devastare madre e padre tanto nei corpi quanto nelle menti con un modo di fare che talvolta corre il rischio di farla sembrare un personaggio adulto fatto e finito, ma che la rende con tutta probabilità anche il miglior personaggio del libro.

Marcus indaga nei rapporti umani, rimesta la penna negli abbandoni, nelle transazioni e nelle riscoperte, e nelle carni fredde che si rimescolano, rendendo l’accadimento della storia talvolta secondario, potenziando però in questo modo le sfaccettature delle vite da lui plasmate. In questo modo il testo si muove oltre i tratti di molta letteratura distopica e si avvicina più a quello che sembra più un saggio sull’idea di linguaggio che sfrutti la trama come un pretesto per parlane, superando l’idea del romanzo come intreccio che sia in grado di inchiodare il lettore e tramutandolo in qualcosa che metta il lettore davanti al frutto di cui Ben Marcus ci mostra la privazione: il linguaggio stesso, il parlare. Il parlare che è pura vita ma che allo stesso tempo è una dimensione carica di orrore, orrore che proprio il personaggio di Esther, nel suo aspetto dicotomico di portatrice sana di linguaggio e di rifiutatrice della relazione che esso comporta, porta alla luce in uno scambio di battute tanto semplice e banale quanto in grado di ridurre all’osso la questione, mostrandone il midollo:

«Non ti fa sentire meglio parlare con le persone?»

«Meglio? Mi fa sentire di merda. Mi fa sentire come la merda peggiore al mondo».

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