Andre Dubus: Adulterio e altri corpi

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Sono molti i nodi che Dubus intreccia nei propri racconti, ma se c’è un filo che mi ha trainato all’interno di questa raccolta allora quel filo è fatto di carne. Infantile, sacra, guerresca carne. La carne di un abbraccio tra un figlio e un padre laddove la stretta corporea interrompa la paura che il primo prova nei confronti del secondo, l’indifferenza del secondo per il primo. La carne del sesso, la carne di un adulterio di fede, della mancanza di fede, quella nella monogamia, la carne della frattura del corpo alla sua prima volta, la carne del Cristo, la carne stressata dei soldati che portano i loro corpi al limite con in testa la propria morte, la morte altrui, la carne da maciullare. Ma soprattutto la carne di Louise. Il racconto che più di tutti mi ha fatto amare questa raccolta è il racconto di Louise, l’unica cosa di cui parlerò. La ragazza grassa. Che è il titolo del racconto ma è anche Louise. Louise pesa 84 chili. Li pesa fuori, li pesa dentro, li pesa nell’acido desossiribonucleico, li pesa nel metabolismo, Louise è condannata dalla parole delle madre a solo nove anni: “Devi stare attenta a quello che mangi le diceva la madre. Si vede già che hai il mio metabolismo […] tra cinque anni sarai alle superiori e se sarai grassa ai ragazzi non piacerai e non ti chiederanno di uscire.” È un destino che ogni riga del racconto inizia a mostrare come ineluttabile, lo sconfinamento della carne al di là delle linee concesse dalla plasmazione del comune contegno estetico sembra qualcosa di irrefrenabile. Una forza intrinseca alimentata da dolciumi sgraffignati in notturna, lontana da occhi indiscreti. Louise non può far vedere di essere la causa del suo corpo ed in pubblico esibisce pasti morigerati, non può rendere partecipi le proprie magre amiche del proprio sé, non può prendersi il peso di quella immane tragedia che è il sentire le proprie coetanee raccontare la propria prima volta mentre si è respinti dal senso del bello del mondo, mentre la propria carne è resa asessuata, un grumo lipidico-epidermico errante privo di quel potere di attrazione, svuotata dalla possibilità di essere desiderio, di essere desiderio che possa diventare amore. Louise agli altri mostra che lei è così oltre ogni suo possibile gesto. Ma proprio questo essere la mette in pace con se stessa svuotando il gesto della colpa, quella colpa che abita chiunque abbia impugnato le armi contro il proprio stomaco e il proprio appetito. Chiunque, tranne Louise, che mostra la forza più grande di tutte, il superamento proprio di quel desiderio atavico di essere non solo soggetti desideranti ma oggetti desiderati. Questo perlomeno sinché la cruda violenza dell’alterità non si fa insostenibile, sinché non irrompe l’esterno che incrina la ruota dell’inevitabile, sinché non arriva una nuova amica magra che è più amica delle altre amiche magre, che è più vicina delle altre amiche magre, che è più parte di vita delle altre amiche magre, così tanto da permettersi di dire quello che le meno amiche magre non avevano mai pensato di poter dire: “Voglio che le persone ti vogliano bene come te ne voglio io. Louise, se ti aiuto, se ti aiuto sul serio, ti metterai a dieta?”.  E non importa di quando sia il racconto, perché questa non è una domanda calata in un contesto fatto dal tempo, ma è una domanda calata nella tragedia della percezione della lontananza di un corpo, di un qualunque corpo in qualunque forma, perché Carrie potrebbe essere l’amica grassa in un mondo di grassi e potrebbe dire “Voglio che le persone ti vogliano bene come te ne voglio io. Louise, se ti aiuto, se ti aiuto sul serio, ingrasserai?”. Ed è come se Carrie urlasse: sei un corpo anomalo, non ti si può voler bene. Io te ne voglio. Io, Carrie, ma perché io vedo oltre, gli altri non possono. Ma non è colpa loro sai? Io sopporto la tua vista Louise, ma non dovrei. Fatti vedere Louise, aiuta gli altri a vedere quello che vedo io. Fatti vedere Louise.

E Louise è travolta, distrutta, sezionata. Louise apre se stessa e non vi trova più nulla ed è costretta a rimpiazzarsi, è costretta a rispondere alla domanda più cruda che le sia mai stata posta. E crudi diventano i suoi pasti, cruda è la montagna di lattuga che arriverà ad odiare. Cruda è l’ossessione, il blocco, la stasi il terrore di non perdere più peso, lì dove il corpo si arresta, dove si àncora dicendoti: basta basta basta cosa mi stai facendo? Sei sicura? Sei sicura Louise? Dove basta basta basta è l’unica cosa che tutto il tuo corpo ti abbia mai urlato qualunque cosa tu gli abbia mai fatto, anche quanto non lo sapevi, anche quando eri ciò che volevi essere perché Louise “in tutta la sua vita non era mai stata afflitta dal malumore e ora lo considerava come un demone che, insieme alla fame, si impossessava della sua anima”. Ma ormai il bene altrui prevale, Louise non esiste più per come si conosceva, ma tutti vogliono bene alla nuova Louise, un ragazzo vuole scopare con la nuova Louise, vuole sposare la nuova Louise, vuole far uscire una piccola Louise che assomigli un po’ anche a sé stesso dalla nuova Louise. Ma come arriva dirci Dubus nel finale del racconto non può amare Louise.

Ma Louise ha la forza disumana di amare se stessa.

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