Io non so nulla di cinema, queste parole non sono parole sul cinema.
Ma Perfect Days mi è entrato dentro in una maniera subdola, tentacolare, ha occupato sempre più spazio sinaptico, si è fatto elettricità nelle strutture molli della mia testa depressa e infelice. Ma continuo a non sapere nulla di cinema. Non so nulla di fotografia, so solo quanto mi sia piaciuta l’alba di Tokyo.
L’alba. L’alba e la sua assenza, l’inizio manchevole. Hirayama è ancora privato dell’alba quando apre gli occhi per entrare nel nuovo giorno. Metodico, ossessivo, ma armato di una leggerezza scaltra, di un passo sicuro, provato e riprovato entra nella sua routine quotidiana fatta di Faulkner, spazzolini, piante e caffè in lattina. Sin dalla vestizione è facile capire l’impiego di Hirayama, sulla tuta da lavoro campeggia la scritta “Tokyo Toilet”. Hirayama pulisce i bagni pubblici della città, dedicando loro la stessa attenzione e la stessa ossessione che dedica ad ogni suo passo mattutino, un’ossessione dolce che però non lo salva dallo stigma e dal pregiudizio di colui che si impegna nei lavori più umili. Ma per Hirayama non è importante.
I bagni di Tokyo sono parte integrante della composizione cinematografica, sono architettonicamente incastonati nella città e nella pellicola, avvolti nel legno, immersi nel colore, cementificati, così come espressione massima del cemento è la Tokyo Sky Tree, simbolo che si fa segnale, segnale che il sole è sorto e che la musica può partire. The Animals, Lou Reed, Patti Smith, tutti in formato analogico, così come analogica si scoprirà essere l’intera vita di Hirayama. Nastri divorati, il loro circolare all’interno di apparati tecnologici obsoleti che tiene insieme la dimensione lineare e ciclica del tempo, un nastro che ha bisogno di muoversi in circolo per essere steso, per arrivare alla sua conclusione, l’essenza temporale duplice tenuta dentro gli arrangiamenti di Perfect Day. E sempre in circolo si muovono le persone intorno ad Hirayama, vorticano intorno a lui per apparire e sparire, come il suo collega, come l’ex marito in punto di morte di quello che probabilmente è il suo amore segreto, come il bacio sulla guancia dato da una ragazza più giovane. Un bacio privo di carne , ma debordante sorpresa, sgomento e tenerezza. Privo di carne così come è priva di carne la spirale che descrive l’andamento della vita di Hirayama, una spirale in cui proprio la scarnificazione è invece il nodo principale. Un lavoro per sottrazione che giorno dopo giorno proietta sempre meno immagini routinarie sullo schermo.
È lo stesso film senza mai essere lo stesso film.
Questo sino ad arrivare ad un punto di rottura con l’arrivo della nipote di Hirayama, che, scosso dal mondo, si trova davanti alla lotta tra l’ordine e il caos riuscendo con magia a mantenere il proprio ordine. Hirayama la assorbe nella sua vita, nonostante i suoi primi passi si tramutino da sicuri e convinti a goffi e in avanscoperta. E proprio davanti alla nipote il protagonista si lascia andare ai maggiori momenti di verbalizzazione, lui, uomo gestuale avvolto dal silenzio. Emerge una frattura familiare che non è solo frattura del cuore, ma frattura del mondo.
“Io e tua madre viviamo in mondi molto diversi” dice Hirayama alla giovane nipote fuggita di casa, dove il termine mondo comprende molto più che un semplice “altro”, bensì si costituisce in decisioni trancianti, linguaggi che acquisiscono significati nel senso della differenza profonda. Hirayama apre ad una riflessione temporale di per sé tautologica rinviando una richiesta della nipote ad un’altra volta e dicendole “Adesso è adesso, un’altra volta è un’altra volta”. Il tautologico è quello che per eccellenza non dice, ma che allo stesso tempo dice tutto, dice che è così che stanno le cose. Le cose che convivono e si accostano, l’ora e il non-immediato, il lontano sempre però ancora disponibile, una speranza per la prossima volta.
L’incontro con la ricca sorella rimanda ad un’eco lontana ed ormai praticamente inudibile che si spegne in un abbraccio tanto dolce quanto totale. Si capisce che Hirayama era “qualcosa”, ma quel qualcosa è andato perso, perso nella decisione di essere illuminato da un’altra luce. Luce che il protagonista cerca di catturare quotidianamente attraverso la sua superata macchina fotografica in un momento squisitamente biologico dove la nutrizione del proprio corpo si rispecchia nella nutrizione che il sole infonde agli alberi e alla natura intera, al bios in quanto tale, mentre intorno a lui il mondo corre o il mondo si ferma, tra lo sfrecciare umano e la seduta composta di una ragazza sconosciuta impegnata nell’assaporare i propri tramezzini.
Il cibo è un elemento tanto elementare quanto catartico, punto focale delle poche scorribande che il protagonista si concede in piccoli ristorantini di quartiere e in locali immersi all’interno delle stazioni della metropolitana. È una Tokyo quasi-non-tecnologica quella che Wenders ci vuole mostrare, dove sotto l’occhio attento della più moderna e imponente delle torri, la quale tutto scruta, emergono rivenditori di musicassette, piccoli paradisi del libro usato, bagni pubblici che Hirayama utilizza per lavarsi e ristorarsi, per lasciare all’acqua l’ultima parola.
Ed è l’acqua ad avere appunto l’ultima parola definitiva, un lungo soffermarsi su un pianto indecifrabile, un pianto che vuole raccogliere ogni briciola dell’umano, dando il benvenuto alla dimensione della purezza, lavando gli ultimi brandelli di carne dalla spirale della vita, non nell’elemento statico dell’ascesi, ma nel movimento costante dell’assaporamento, l’unico in grado di spegnere il fuoco dell’inferno.









