L’arte di legare le persone di Paolo Milone (Einaudi) è un libro disturbante, a partire dal titolo, giocato sul campo della letteralità e della metafora. Disturbante in una maniera estrema. La spinta a parlarne non viene tanto da un particolare moto di ammirazione verso il testo, quanto da un complesso sistema di disagi interiori che esso mi ha provocato. L’arte di legare le persone non si può slegare dal suo contenuto, mossa che altresì ne renderebbe semplice l’elogio. Ma l’elogio letterario che svuota il libro dal suo detto per incentrarsi sul come viene detto lo svuota del suo stesso senso. Un senso brutale. I commenti che ho trovato relativamente a questo testo si riassumono, salvo rare eccezioni, in due posizioni: bellissimo o impubblicabile. A mio parere (che rientra nello spettro dell’insignificanza, ben ovvio) entrambi sono errati. Il libro è troppo inaccettabile per rientrare solo nel campo dell’estetico, ma niente è troppo inaccettabile per entrare nel campo dell’impubblicabile. Milone andava pubblicato, per essere decostruito se non distrutto. Milone fa incazzare, fa incazzare con la bava alla bocca, perché non si può non pensare a quelle storie, non si può non pensare ai corpi bruciati di memoria recente, non si può non pensare alla deumanizzazione. Le persone non si legano.
Ma Milone nella sua cruda deumanizzazione è anche in grado di dipingerne il suo contrario. Milone deumanizza il paziente ma umanizza i professionisti del lavoro di cura e lo fa in una maniera brutale, rabbrividente. È un libro molto cruento, proprio perché non ha filtri dalla parte di coloro che salvano, per dirla con le parole care ad Hölderlin. Ci sono le chiacchiere degli infermieri che deridono e disprezzano i pazienti, ci sono gli psichiatri che si invaghiscono delle pazienti carine, che le vogliono scopare (termine che Milone non usa perché il libro è infarcito di delicatezza linguistica, inganna la crudeltà con la prosa poetica), ci sono pazienti che si suicidano dopo che hai cambiato le dosi, ci sono psichiatri che si compiacciono di aver stordito i pazienti a tal punto da rendergli difficile scappare. Ci sono i TSO, le minacce di TSO, c’è la superbia, la sindrome di Dio, ci sono le persone legate al letto, con lo stesso Milone che dice di averne legati tanti ma che non è pentito perché in quel momento ha salvato i pazienti ed il suo personale, e non basta una nota finale di assenza di nostalgia per non mettere in luce la totale assenza di decostruzione delle proprie stesse pratiche.
L’esser pieno di questo terribile sentore maleodorante ha però il potere di distruggere la patina dell’angelo salvatore, di distruggere la cura come grazia, incrementando però a dismisura il dolore in cui il paziente non è più solo vittima della malattia ma anche della fragilità di chi lo dovrebbe aiutare. È un libro doloroso che racconta di un sistema e del totale asservimento alle istituzioni totali, dove la morale del singolo e la dimensione del si è sempre fatto così collidono, dando come risultato un nulla che per chi cura è a scostamento parziale, ma per chi viene curato è il centro dell’abisso. È un libro doloroso perché non c’è pentimento e quindi scatena rabbia e vergogna, ma l’assenza di pentimento svela ancora una volta che anche colui che salva ha le mani intrise nella miseria, nell’orrore della propria umanità crudele. Il libro di Milone priva di speranze, acutizza ferite, paure, incertezze, chiunque abbia storie di malattia, chiunque sappia cosa è la sofferenza psichiatrica per propria o interposta persona proverà brividi di terrore alle parole lanciate da Milone, un tritacarne non solo della pietà ma anche della dignità stessa. Le parole dello stesso autore: «Se non hai mai provato il dolore psichiatrico, non dire che non esiste, Ringrazia il Signore e taci» si fanno ancora più violente, ringrazia il Signore perché non solo avrai a che fare col dolore della malattia, ma con l’esser fatto di carne di chi proverà a salvarti.
L’arte di legare le persone tira in ballo tante cose che non possono essere ignorate solo per amor di letteratura, un libro del genere non può pensare di limitarsi solo al suo essere scritto bene/male, è un libro che non lo vuole fare, è un libro apologetico. Come ho letto in una delle recensioni più approfondite ad esso dedicate è un libro nel quale Milone non ammette il proprio pentimento, ma in qualche modo cerca un perdono che non si può dare da solo. La commistione tra prosa, poesia e saggistica, rende il testo di Milone costretto a dar conto dei suoi contenuti, al giudizio di questi ultimi oltre che della costruzione delle parole che li formano. È un testo che richiama ad un esame attento di molti aspetti (ben al di là di ciò che potrei mai conoscere o dire), è un testo fortemente antipsicanalitico, quasi derisorio nei confronti della parola, con la psicanalisi e la psicologia incarnate dalla sempre giovane Giulia, che sembra non invecchiare mai. Così come non sembrano invecchiare mai Genova e l’intero mondo del reparto 77 in cui i pazienti di Milone o muoiono o restano eterni, ad eccezione di Lucrezia che muore e resta eterna, assorbendo l’intera dimensione dello sciibile, dello sprecato, del fallito, dell’errore imperdonabile: «Adesso non ci sei più a telefonarmi, Lucrezia. Ma io mi sveglio lo stesso. Tuo padre ha ragione. Perché due mesi fa ti ho tolto il litio? Erano sei mesi che lo chiedevi, ma perché l’ho fatto? Nessuno lo sa, ma io e te sì». La parola derisa, svilita. Lo è nello stesso concetto di esistenza dato al dolore psichiatrico sopra citato. È un esistenza fattuale, non fantasmatica, la fisica, la chimica della follia opposta alla verbalizzazione della colpa del lettino degli analisti, è il superamento reale dello stadio del contatto con il mondo, che per Milone apre barbaramente la porta all’accettazione della contenzione e della violenza, perché per la violenza non rientra nello spettro del mondo del soggetto psichiatrico, fuoriesce dalla comprensione del malato, tanto nell’ambito della violenza inflittagli da altri tanto in quella inflittagli da sé. Ed è qui che entra in campo il nodo sul quale l’impianto di Milone vede i suoi stessi lacci che lo ancorano al sistema, la non comprensione della violenza la rende demandabile all’esterno e la rende demandabile all’esterno non solo nella sua esecuzione, ma nella sua esecuzione con il fine di adempiere all’impedimento della violenza ultima del suicidio. È la visione del suicidio di Milone a rendergli giustificabile l’ingiustificabile, a rendere doveroso il mostruoso. Il suicidio non è mai una scelta libera, in Milone non vi è possibile adiacenza tra il suicidio e l’arbitrio umano, l’impedimento della scelta definitiva ad ogni costo, diventa per Milone espressione stessa della libertà, in una visione che sembra ricordare per forma e sostanza le udienze per le catene di San Patrignano, l’appello allo stato di necessità che si antepone al paziente stesso, uno stato di cui così ricchi sono gli esempi abusanti da non doverne neanche citare. Il nodo de L’arte di legare le persone è a mio parere proprio all’interno del vulnus legato alla libertà, al valore che si dà alla libertà in quanto tale, al posizionamento delle libertà davanti alla dignità, all’aiuto, all’umano. Il nodo del libro è in fondo dunque, fondamentalmente etico, con il suo senso profondo che appare proprio in uno dei passi più limpidi e asciutti che l’autore esprime: «La Psichiatria è all’ottanta per cento una posizione etica. Il restante venti per cento è mestieraccio».
E quindi la vera domanda che rimane alla fine del lettura, alla luce dei versi, alla luce delle ripartizione, alla luce anche di passi di cruda bellezza che non possono essere negati (penso alla stessa storia di Lucrezia, al tempo linguistico dei diversi disturbi, alla Tana, allo spazio dei bastoni) per me può essere solamente una: Posso accettare una psichiatria con questa posizione etica?
Io non posso.