Viscere (Pidgin Edizioni, traduzione di Stefano Pirone) è una raccolta di racconti che fa dell’esposizione dei tratti interiori della carne il proprio nodo centrale. Le viscere che ci propone Amelia Gray sono budella meccaniche, de-umanizzate che calano il lettore nella fiera del corpo parcellizzato e della frammentazione quotidiana del derma e di ciò che vi è sotto. Il corpo scatola è ciò che la fa da padrone, un «contenitore affidabile» alla mercé dell’altro e del mondo. Un contenitore sul quale caricare significati arbitrari che non solo si imprimono nel corpo che li riceve, ma anche nella mente di chi del corpo, proprio e altrui, fa un oggetto, come il protagonista de “Il Gentiluomo” . Quest’ultimo identifica il proprio modo d’essere in base alle parti del corpo prese in considerazione dalla sua febbre tattile nei confronti della ragazza di cui si trova a sfiorare la pelle: «Angie stava vomitando. Lui le ruotò il corpo sul lato in modo da farle evitare il suo vestito, la mano le sfiorò il seno e lui la spostò, poggiandola sulla pancia, perché era un gentiluomo. [..] Lei emise un lamento, i suoi piedi scalzi sembravano aver freddo e lui chiuse la mano attorno ad uno di essi per riscaldarlo. Si sentiva un gentiluomo.». È il significato impresso alla pancia, ai piedi rispetto al seno, a fare di lui il gentiluomo, è un corpo altro ad offrirgli la sua più peculiare caratteristica, un corpo le cui parti sono state semantizzate al fine di stesso dell’attribuzione di un senso a tutto ciò che con quelle parti può entrare in contatto. Così come il gentiluomo, anche gli altri personaggi di Gray si trovano ad abitare situazioni corporee in grado di imprimere sensi e non-sensi alle azioni, alla stasi, ai movimenti dell’esistere. Sono corpi anomali, fatti di strabismi e di occhi che sembrano schizzare fuori dalle orbite, sono corpi animali e animaleschi. Sono corpi meccanici nel compiere i propri atti biologici come quello del vomitatore automatico e sono allo stesso tempo non-corpi che trasfigurano la biologia nel mondo delle cose, come l’abitazione del “Cuore della casa”, che fa delle tubature dell’impianto d’areazione un’allegoria degli intestini umani e della ragazza che vi scorre al suo interno una raffigurazione dello scarto, uno scarto spaventato, buttato all’interno dell’umiliazione per un tozzo di pane, escremento costretto ad evacuare se stesso. Gray cerca la frattura della dimensione spazio-temporale dei corpi, ci offre personaggi che rifiutano la geometrizzazione della propria carne anche attraverso passaggi di una semplicità innocua come la ragazza che si rifiuta di sdraiarsi per non imporre la propria espansione orizzontale, per rifuggire l’occupazione di uno spazio che sente non appartenerle e che può essere figurativo del mondo intero. La rottura del tempo si ha in una dimensione anti-rituale atta a spezzare la tanatologia (come nel racconto Monumento) al fine di offrire un nuovo posizionamento dell’umano rispetto alla limitatezza del suo tempo, una ricerca del restringimento all’ambito vitale dentro mondi con Dei morti ed oggetti programmati all’obsolescenza progettati come Dei. La frantumazione del tempo del θάνατος si riflette in quella dellἜρως con una pulsione desiderante inserita nella dimensione temporale dell’accelerato, del breve e dimenticabile, atta a rimpicciolire, a restringere la dimensione sessuale all’estemporaneo, per evitare lo schiacciamento di una voglia incontrollata e incontrollabile: «Se fossi l’erezione di un cane, sarei svanita». I racconti di Gray nel loro complesso sviluppano una tensione allo sforzo e alla ricerca, mantenendo viva la dimensione spaventosa dell’inevitabile, anche in relazione agli eventi più terribili come in “Via da” dove la protagonista si ritrova trascinata nella situazione del racconto dal semplice fatto di essere venuta nella dimensione dell’esistenza: «Il mio istinto mi aveva portato sino a quel punto, intendo lungo tutta la mia vita, e lungo tutti gli eventi di quella giornata». L’immagine di una vita alienata e guidata emerge nella ferocia cannibale di “Cinquanta modi per mangiare il tuo amato”, forse il racconto liricamente più potente quanto più delicato nella sua violenza estrema, dove ogni atto brutale corrisponde ad un momento dell’esistenza incastonata nella ripetizione annoiata e annoiante della vita relazionale, dell’amore debole del mondo contemporaneo, troppo flebile per esistere, troppo incarnato nelle strutture per essere rapidamente demolito. L’atto vitale diventa nei racconti di Amelia Gray artificio come in “Il momento del concepimento”: «Volevamo tanto avere un figlio! E nonostante ciò quando lei suggerì la procedura, in un primo momento non mi sentì sicuro. Non mi sembrava naturale» in uno dei migliori incipit della raccolta.
I racconti dell’autrice sfondano sostanzialmente la dimensione naturalistica per agevolare l’ingresso nella dimensione post-umana e scevrare l’orrore della nascita da ogni misticismo, lasciando la meraviglia fuori dalla porta, per farvi entrare l’insensatezza. L’insensatezza di esser fatti di carne.