Naoise Dolan: Tempi Eccitanti

Quando nelle diverse recensioni di Tempi eccitanti di Naosie Dolan (Edizioni Atlantide, traduzione di Claudia Durastanti) ho visto il libro paragonato a quelli di Sally Rooney ho subito pensato che questo non avrebbe fatto al caso mio. Eppure qualcosa mi ha spinto ugualmente ad affrontarne la lettura. Adesso ancora non so bene cosa sia stato quel qualcosa, ma se vi fosse una lista dei ringraziamenti per tutte quelle cose che ci hanno fatto leggere un libro piuttosto che un altro, penso che quel qualcosa ne verrebbe incluso. Tempi eccitanti ha una trama lineare, semplice (anche banale forse? Sì forse sì) ma riesce a toccare alcuni aspetti ben precisi che riducono la trama ad un dettaglio poco considerevole, e per quel che è il mio modo (probabilmente sbagliatissimo) di leggere, quando un libro riesce a rendere la trama insignificante, significa che è un libro riuscito. Di questi aspetti, i tre che vorrei mettere in evidenza sono: l’apertura alla contraddizione, la presenza/assenza e l’uso della lingua.

L’apertura alla contraddizione è a mio pare un nodo portante dell’intero testo, in particolare all’interno della costruzione della protagonista Ava. Ava è laureata, irlandese, di idee vagamente marxiste costantemente calpestate al fine di un qualche tentativo di sopravvivenza, si trasferisce ad Hong Kong dove inizialmente vive in un AirBnb pieno di scarafaggi e dove lavora insegnando inglese ai figli degli abitanti più ricchi della città. La quotidianità di Ava la rende specchio della contraddizione di quell’individuo ingranaggio di un sistema economico che è costretto ad alimentare, pena la propria autodistruzione, anche laddove non si rispecchi in esso: «”Ava, non ti stranisce partecipare a questa roba TEFL neocoloniale?” ha chiesto Tony. “Sì, ma non mi assumerebbe nessun altro”».

Dolan in questo crea un personaggio estremamente lontano da una figura morale e/o militante, Ava è lucida nella sua lettura del reale, ma è allo stesso tempo incastrata nei suoi privilegi (bianca occidentale borghese) senza avere né la forza, né la voglia, di scrollarseli di dosso. Quello che Ava cerca ha a che fare con l’appianamento delle contraddizioni del suo essere individuale, per le quali è ben disposta ad accettare quelle del suo essere sociale, rendendola un personaggio intriso di realtà più che di bontà.  In questo senso il libro si apre alla contraddizione, poiché tiene il proprio personaggio chiave sospeso in un limbo tra sistemi valoriali e prassi della vita vissuta, senza temere di far emergere non-qualità come la pochezza e la capacità di suscitar fastidio. Oltre che nel lavoro, è nella vita relazionale che si estrinseca in particolare questa ambiguità, dove il sentire individuale di Ava funge da estintore della sua “coscienza di classe”, quando si trova ad intrattenere delle relazioni affettive con Julian (vice-presidente di una banca che ha studiato ad Oxford) ed Edith (avvocata che ha invece studiato a Cambridge).  Entrambe le relazioni si reggono su principi non immediatamente riconoscibili in quelli dell’amore, creando uno spettro complesso ed estraniante che si regge su tornaconti, capacità manipolatorie ed attività riempitive, cercando in questo di ricreare quelle relazioni fluide e poco definite che non si rispecchiano più all’interno degli schemi delle classiche dinamiche di coppia.

È in questo passaggio che entra in gioco lo schema della presenza/assenza. I personaggi di Dolan si muovono all’interno di un gioco di mancanze che devono essere sostitute con qualcosa (relazioni, soldi, candele, dim sum, potere) e che ricacciano lo spettro di loro stessi anche a costo del sacrificio di ciò che pensano veramente dell’altro: «Era probabile che mi dicesse: mi rendi nervoso perché spesso è come se mi disprezzassi veramente. Avrebbe potuto aggiungere: se mi odi così tanto, allora vattene. È vero che non sono una persona con cui qualcuno sano di mente ed emotivamente integro vorrebbe stare, ma se io lo fossi, tu non staresti qui. Non ti va davvero di provare la cocaina e dire che invece la vuoi non è bello da parte di una comunista. Il tuo interesse nel colonialismo a volte ha delle solide base morali e a volte è solo qualcosa da cui attingi quando sei stanca di odiarmi perché sono ricco e bianco e non puoi odiarmi perché sono bianco perché sei bianca pure tu». In questo ad essere presente/assente è il giudizio stesso, che è costretto a scomparire davanti alla necessità di entrambi di stare insieme, di appagare le proprie necessità psicologiche e fisiche, con la relazione che non diventa più un fine verso il quale tendere, ma un mezzo per ottenere qualcosa che manca. Ed è proprio nelle necessità fisiche che la coppia presenza/assenza tocca a mio parere il suo apice, con Dolan che mostra una grande abilità nella creazione di un sesso senza corpi. La scrittura è così asettica («ce la siamo leccata a vicenda» è la chiave descrittiva del sesso tra Ava ed Edith) che riesce a sfruttare l’assenza di corporeità dei personaggi al fine di ottenere una presenza raziocinante e meccanica in grado di estraniare il lettore e fargli ricostruire la supposta freddezza che abita le relazioni tra questi ultimi, in quella che è una costruzione ossimorica con il titolo stesso del romanzo. Sappiamo pochissimo dei loro corpi, sappiamo che Ava è bassa e pallida, che Julian è molto alto, che Edith ha dei lunghi capelli neri, le uniche altre cose che sappiamo sono aggettivazioni soggettive (si trovano reciprocamente attraenti, belli) ma non abbiamo strumenti oggettivi per ricreare i personaggi attraverso i canoni estetici e sessuali ben precisi ed inseriti all’interno delle nostre abitudini, anzi l’unico appiglio che ci offre Ava in relazione ad un corpo (il suo) è di totale disprezzo per lo stesso: «C’erano persone al mondo con cui Julian non voleva fare sesso. Questo significava che mi assegnava un valore superiore a loro almeno in un campo, un calcolo sbagliato ed esilarante, considerando che io ero il peggior essere umano in base a qualsiasi parametro concepibile. Ed era persino più divertente così, per il fatto che scopavamo e basta, figuriamoci se avesse provato dei sentimenti per me. Ero abbastanza patetica da sembrare emotivamente accattivante, ma dovevi essere davvero depravato per guardarmi e pensare testualmente: voglio scambiare dei fluidi corporei con lei».

La modalità estraniante, passa in Dolan (ed attraverso la traduzione di Durastanti) anche e soprattutto attraverso quello che è l’uso del linguaggio. La brevità dei periodi spesso strutturati intorno a riflessioni interiori atte a smentirsi l’una con l’altra, restituiscono la complessità dei personaggi nonché il loro stato di confusione emotiva, generando in chi legge un distacco che lascia sempre il dubbio rispetto ad una effettiva comprensione delle dinamiche emozionali che rimangono spesso nebulose. Ma l’uso del linguaggio non è solo legato alla scrittura, bensì è intrecciato con il personaggio di Ava stesso e con il suo essere un insegnante di inglese per i piccoli rampolli di Hong Kong. La descrizione minuziosa dei progressi dei piccoli studenti verso l’apprendimento di nuovi metodi di comunicazione (interrogative, tempi verbali etc.) accompagna l’indagine di Ava sulle sue stesse capacità linguistiche, legate in tal caso non al principio di trasmissione del contenuto, ma al principio di costruzione del pensiero e di modellamento del reale. In particolare vi sono due momenti linguistici, di cui uno posto praticamente alla conclusione del libro, che mettono in evidenza come la struttura della lingua sia fondamentale per lo sviluppo del personaggio stesso.  Il primo passaggio emerge al termine di una delle lezioni tenute da Ava: «L’inglese aveva il congiuntivo. L’ho imparato la mattina che l’ho insegnato. È venuto fuori che non ne sapevo nulla perché il congiuntivo inglese richiedeva delle strutture che non usavo mai. A quanto pare non si diceva: “What if I was attracted to her”. Si diceva: “What if I were”. Si ricorreva al congiuntivo per ciò che era meno che concreto. Se lo evitavo, significava che dicevo solo cose vere? O magari, dato che non tenevo il mio immaginario separato dal resto, forse tutto quel che dicevo era solo un desiderio o un sentimento».  Ava sembra esser stata sino a quel momento sprovvista delle strumentazione linguistica per plasmare sentimenti e desideri, vivendo entrambi come delle strutture passive in grado di modellarne l’esistenza, flussi violenti ai quali soccombere e per i quali manipolare, ma giunti alla conclusione troviamo tra i pensieri di Ava, proprio l’acquisizione del congiuntivo stesso: «Sapevo che Edith stava scrivendo e vedendo le parole che si formavano sotto i suoi occhi, ma quelle parole non si stavano formando sotto i miei e per questo erano dei congiuntivi: un desiderio o una sensazione, ma non un fatto.». Con questa ultima e nuova consapevolezza linguistica che apre ad Ava le porte della distinzione, per compiere dei passi che risultano fondamentali proprio per la riappacificazione con il sentimento ed il desiderio, per un ingresso a mani tese dentro quel mondo che ancora non è, e che potrebbe non esser mai, ma che deve assumere le sembianze del chissà cosa sarebbe stato. Forse, l’amore stesso.

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