Fuani Marino: Svegliami a Mezzanotte

mezzanotte

Quando si parla di un libro che parla di suicidio si può parlare solo del libro in questione o si finisce a parlare inesorabilmente anche del suicidio? Il libro è Svegliami a mezzanotte di Fuani Marino, ciò di cui parla, beh, ciò di cui parla si è capito. L’autrice non parla però del suicidio, o meglio, non solo. L’autrice parla del suo suicidio. Parla del suo riemergere da una caduta lunga quattro piani. Parla di due distruzioni, quella della mente prima e del corpo poi e di due ricostruzioni quella del corpo prima e della mente poi, in un rapporto chiasmico contrassegnato da quella X che per pura casualità è sia lo stesso simbolo che si appone a terra laddove si voglia segnalare il punto preciso in cui si vuole che qualcosa cada, sia il simbolo dell’incognita, quell’incognita che diventa ciò che più tormenta la protagonista nella sua seconda vita e che si può riassumere in “può succedere ancora?”. Perché la malattia mentale insorge, ma non se ne va. Rimane lì placata dalla chimica e dalle parole quando la combinazione funziona, ma si pianta nel corpo e diventa un’eco, disseminando una serie di sensazioni anche solo istantanee pronte a ricordarti della sua esistenza, come quella scossa che si incastonava nel cervelletto di Giuseppe Berto ne Il Male Oscuro, il romanzo sulla malattia mentale per eccellenza.

C’è un momento in cui il suicidio diventa vero. Fuani Marino ad un tratto scrive che nel linguaggio comune c’è un’overdose di morte autoinflitta, che è diventato di uso quotidiano il dire “mi ammazzo”, “mi impicco” e così via, uso che aveva impiegato lei stessa. C’è un tempo quindi in cui il suicida dice queste cose ma sente che queste cose sono, per l’appunto cose, oggetti, Gegenstände, gli stanno di fronte. Ma nella malattia mentale gli oggetti non sono più semplice oggetti. Quello che ti è di fronte, piano piano diventa parte di te stesso. E si ingrandisce. Ogni giorno. Ed ogni giorno è parte più grande, sino a che un giorno è te stesso, e sei tu ad esserne oggetto. Un giorno dici “mi ammazzo” e capisci che è vero, senti, che il suicidio non è più una cosa, ma che tu sei diventato il suicidio. Una morte ambulante pronta ad accadere. In questo non sono casuali le parole dell’autrice quando dice «e il mio unico pensiero era quello di uccidermi», poiché tutto il reale diventa teso alla propria morte. Quando racconta della sé liceale, l’autrice cita Heidegger e l’essere-nel-mondo. Solo anni dopo avrebbe scoperto che il suo essere-nel-mondo, per rimanere con Heidegger, sarebbe stato l’essere-per-la-morte. Quando il suicidio diventa vero, tutto diventa suicidio, i mezzi-per di cui il filosofo tedesco parla nel suo Essere e Tempo diventano, appunto, mezzi-per-il-suicidio. In questo è particolarmente toccante la scelta che la Marino ci racconta, il suo scrutare i palazzi, il cercare il punto giusto da cui saltare. Quando la malattia vince, tutto viene visto solo in funzione del morire. Una metropolitana non è un mezzo per andare a lavorare ma un treno sotto il quale gettarsi, un ponte non serve a passare da un lato all’altro di un fiume che scorre stanco e marcio, ma serve per buttarvisi dentro e sparirvi per sempre, inghiottiti.

Come in un ribaltamento, dopo che è il suicidio a farsi soggetto totale, è ad una oggettualità che l’autrice lascia il peso della rimembranza. Mentre riconquista la propria soggettività, la cui perdita viene evidenziata nella reificazione del proprio corpo in caduta reso dall’autrice «un sacco della spazzatura», è all’avere una cosa sempre con sé che affida il compito del ricordo, cercando di riconfinare il suicidio in quella cosa iniziale, quella frase leggera, quella che butti lì, senza credervi, pur consapevole che quel tempo è stato spazzato via. Nel costante tentativo dell’espulsione del suicidio dal suo bipolarismo tendente alla depressione, Fuani Marino tiene attaccato a sé qualcosa che il suo gesto ha trasformato da parte di un bios ad oggetto semi-inerte: il suo braccio sinistro, la sua mano, l’arto che produceva materialmente il tratto d’inchiostro dei suoi pensieri fissati su carta. L’autrice in libro che è un grido di liberazione dallo stigma della malattia mentale, raccorda gli squilibri chimici alle predisposizioni ambientali alle parole che ci sono state dette alle parole che bisogna sentirsi dire nella cura e nella disperazione per la perdita della sua calligrafia pone una sintesi reale e allo stesso tempo allegorica del linguistico e del materiale.

Svegliami a mezzanotte oltre a raccontare la storia della “morte” e della rinascita di Fuani Marino in uno stile diretto e a tratti ironico nel suo esser drammatico, è anche un piccolo compendio bibliografico sull’argomento. L’autrice racconta la sua storia inframezzandola con citazioni e racconti di aneddoti legati a grandi della letteratura come Sylvia Plath e David Foster Wallace, passando per autori più legati al mondo del psicologico e dello psichiatrico (o dell’anti-psichiatrico) come Freud e Szasz. Sviluppa inoltre un rapporto tra la propria condizione e la sua posizione sociale in un gioco di scambi in cui ha il pregio di riconoscere la propria condizione di privilegio economico (legato in particolare alla fase post-traumatica), ma ha allo stesso tempo il modo di riconoscere come sia stato il sempre più completo ottenimento dello stesso a portarla sull’orlo del baratro, insieme ad una mistura di pressioni sociali date anche dall’esser donna e madre all’interno di un sistema dotato di precise aspettative. Ed è forse proprio per questo gioco speculare in grado di tenere insieme la rovina e la ripresa che trovo che se vi sia un testo a cui si adatta uno dei più famosi versi di Hölderin sia proprio questo. Lì dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva.

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