Mircea Cărtărescu: Esiste solo il passato, ed è abbacinante

 

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Orbitor. Abbacinante. L’assonanza fonetica (ma non semantica) del romeno “orbitor” con l’italiano “orbita” viene incontro nel trovare qualche parola adeguata per questa trilogia di Mircea Cărtărescu, pubblicata in Italia da Voland nella traduzione di Bruno Mazzoni. Non un libro pianeta, ma l’orbita dello stesso. Un ellisse sul quale l’esistenza ruota, rivoluziona, rotola via, riemerge. Orbite di cui è costellato l’universo, quell’universum fisico, biologico e psichico che Cărtărescu rovescia dentro il suo romanzo, il suo libro “enorme ed illeggibile”, così come il Mircea suo specchio letterario dall’interno lo definisce. Non un occhio. Ma l’orbita che lo contiene.

La trilogia di “Abbacinante” è profondamente Eterna ma allo stesso tempo intrisa di Storia. Ripetuti sono i ripiegamenti del tempo nello spazio mentale dei protagonisti, drappeggi onirici e surrealisti che coprono con un velo la realtà storica romena dai Daci alla deposizione di Ceaușescu, evento storico sul quale si affaccia l’ultima parte del romanzo (termine che Cărtărescu a dire il vero, rigetta). È un libro dell’etere ma anche un libro del corpo, pagine intrise di sangue e di sperma, così come quelle foto di Andres Serrano, che accompagnano la copertina di un disco del 1996, stesso anno in cui il primo volume (Abbacinante – l’ala sinistra) vede la luce. Lo scrittore romeno utilizza per la sua opera un registro linguistico elevato e chirurgico, che sfonda le mura del poetico, trasforma i periodi in commoventi spirali lisergiche spingendo la lingua contro il suo limite, trasmettendone allo stesso tempo il potere e l’inadeguatezza. Trasforma i corpi in organi, gli organi in cellule, le cellule in mitocondri, i mitocondri in atomi e gli atomi in mitocondri e questi in cellule e quelle in organi e questi in corpi e i corpi in fusioni di corpi e i corpi fusi in masse umane che si fanno specie, che si fanno nullità nel pianeta, che viene reso una palla impazzita nell’universo che è Dio e Dio che è l’universo. Senza Tempo, senza Morte, universo che è Rigenerazione, intriso sino alla viscere di Spirito ma non per questo meno sintomatica descrizione del principio di conservazione dell’energia. Ma proprio questa assenza di morte universale si riversa invece nella violenza più pietosa ed insieme spietata: nelle carni squartate delle prostitute, nei gesti di morte degli abitanti delle fogne, nella bolgia di sangue delle rivolte della rivoluzione romena con lo sguardo che si pietrifica davanti ad una ragazza appena conosciuta la cui carne ti esplode tra le braccia, sbrindellata dai proiettili della Securitate. Quello stesso sguardo che vuole piangere la disperazione di un amore possibile abortito prima ancora di fare capolino sulla terra e che si chiede perché piangiamo quello che non morirà, rispondendo che non è dato fare altrimenti, perché davanti all’Eterno l’unica cosa che si può urlare è: “Non togliermi la vita, Signore, non farmi scomparire Signore! Non spegnere la luce, Signore! Non darmi l’eternità nella quale non proverò più nulla, mai, non penserò più e non vedrò più nulla e non toccherò più nulla con le mie dita!”. Le fondamentali dita di un libro tanto biblico quanto impregnato di sensi, dei sapori e degli odori del sarmale e della sua carne speziata, del tatto del sesso e di orgasmi terrorizzanti e infernali, della vista di una Bucarest brulicante e dormiente, sognante e disperata, con una Casa del Popolo che vi si affaccia come il Castello di Vlad. Un libro dunque colmo, ma non sazio di sensi, con inchiostri che ne chiedono altri, con righe che piangono la perdita di tutto quel mondo che travalica l’umana cinquina. In questi spazi immensi, la prosa di Cărtărescu, come detto, è anche prosa politica laddove la Storia si riaffaccia prepotente. È figlia del sentimento opprimente della dittatura, nipote degli strani sogni indotti che essa genera, del miracolo romeno, dell’appartenenza ai giovani pionieri, pronipote del brusco risveglio, del cibo razionato, delle bombe di Timișoara.

Ma Orbitor è anche un romanzo familiare, un romanzo dove il corpo di Mircea si muove tra i suoi genitori, tra i gameti che ne hanno stabilito l’esistenza. Un corpo tra le ali, come l’allegorica farfalla/falena che rappresenta la trilogia nella sua interezza (Abbacinante: L’ala sinistra, il corpo, l’ala destra), storia di un bambino che si affaccia sul mondo, di un bambino che esplora la propria genia tra personaggi magici e mostruosi, sbattuto qui e là in una dimensione entomocentrica, un’esplorazione misteriosa alla ricerca della trasfigurazione che esamini il più nudo dei vermi sino alla più immobile crisalide destinata a spiegare le ali, a trasformarsi un adulto che aspetti solo di essere bruciato. Insetti enormi, insetti ingeriti, invasioni di insetti, le bestie sono ovunque, le bestie del disgusto e allo stesso tempo gli esseri più numerosi di questo mondo lacerato, lacerante, attraversato dal tempo senza che Tempo ve ne sia. Trasfigurante è la dimensione della nascita dei corpi, dell’emersione delle anime, di cui Cărtărescu regala descrizioni di allucinatoria potenza con bambini che crescono nel ventre materno senza venirne partoriti, sostituendosi attraverso la crescita al corpo della creatura genitrice, sino a feti che crescono nei cervelli come masse tumorali, sviluppando battiti cardiaci pulsanti nei crani ospiti, come nel cranio dello strambo Herman che accompagna la vita di Mircea nel suo bloc di Viale Ștefan cel Mare. E la nascita è il momento del tutto, il nocciolo dell’eterno, in un continuo succedere di eventi già accaduti “perché il passato e tutto e il futuro e niente”, ed è sotto la nascita che avviene ogni nuova scoperta, la scoperta del proprio corpo modificato, l’ingresso della differenza, la scoperta della propria diversità, con Cărtărescu in grado di introdurre all’interno di questo salire e scendere dalla dimensione del reale argomenti duri, offrendone affreschi struggenti come nel caso della malattia mentale, del suo trattamento e della sua comprensione. Una malattia orrorifica accompagnata dal discorde e momentaneo compiacimento e dalla sua affermazione assoluta sull’Io, una malattia reale ed allegorica sottoposta al controllo, all’estraniamento, una malattia che si fa specchio di una vita abbandonata nella lotta infinita tra il sé e l’altro senza però offrire il sollievo del possibile equilibrio, ma solo la sottomissione dei suoi molteplici elementi o la fuga nell’allucinazione da vivere come realtà.

La trama nel corso del testo si riavvolge su di sé, si disperde, scivola nel meta-romanzo senza respingerne la trappola ricorsiva, lasciando emergere Mircea che scrive di Mircea che scrive di Mircea che scrive di Mircea, portando la mente lontana dalla dimensione lineare della storia per accedere alla Storia nel senso dell’irruzione dell’accadere mondano. In Abbacinante non si può cercare una costruzione stabilita, occorre prenderne le parti e fagocitarle, lasciando che vengano assorbite di volta in volta, sinapticamente ricollegate tramite associazioni e non attraverso fili o percorsi stabiliti.  È un romanzo mondo non nel senso che si articola all’interno di un mondo intero ma che ne è contenitore, un romanzo-mondi, forse, data la sua pluralità, che risulta essere sostanzialmente inesauribile all’interno di una descrizione e che necessita di essere esperita in una lettura apicale per la letteratura europea contemporanea.

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