Sarah Kane: Risucchia i miei occhi, ingoia il mio sguardo

kane

“Il senso di colpa rimane nell’aria come un odore di morte e niente può salvarmi da questa nuvola di sangue”.

Senso, colpa, aria, odori, morte, nuvole, sangue. In questa sentenza pronunciata da A in Febbre si concentrano molte tematiche della drammaturgia di Sarah Kane. La raccolta Tutto il Teatro, pubblicata da Einaudi, raccoglie la produzione dell’autrice tra il 1995 ed il 1999: Dannati, l’Amore di Fedra, Purificati, Febbre e Psicosi delle 4 e 48. L’affrontare testi teatrali senza averne rappresentazione effettiva è probabilmente destinato a generare una visione abortita, ma allo stesso tempo la struttura accelerante del testo (proprio per come gli occhi scorrono rapidi tra le battute dei personaggi) restituisce una spirale angosciante e scarnificata in grado di sortire le sensazioni più crude.

L’ordine di disposizione dei testi tende ad una sempre maggiore astrazione avulsa da luoghi e strutture. Dannati, la prima opera della raccolta, pur nella sua violenza linguistica ed immaginifica rientra ancora all’interno di uno stilema definito, dove si ritrovano luoghi, dove brevemente sono presentate le pur povere scenografie, dove i personaggi posseggono nomi propri e comuni (Ian, Cate, Soldato) dove i dialoghi seguono ancora una dinamica interna, dinamiche che reggono sino a Purificati.

I primi tre testi portano in scena la sopraffazione, la noia, l’alienazione del moderno, la ricerca della salvezza da tutto questo nell’estremo, salvezza mostrata nelle sue massime conseguenze nell’ultima battuta di Ippolito in L’amore di Fedra. Dannati presenta uno scenario di guerra che viene trasportato in seguito nei nuovi contesti di L’amore di Fedra prima e Purificati poi. Sarah Kane non lascia spazio alla pietà, i menomati, i deboli sono torturati in maniera costante e sistematica, la chirurgia del dolore è fisica e psicologica, senza vie di fuga. Brandelli di carne, corpi penetrati, corpi violati, corpi cannibalizzati, cervelli manipolati riempiono le pagine emergendo tra scambi di battute celeri, asciutte, marziali.  Come emerge dall’introduzione di Scarlini gli innesti corporei del linguaggio sono oggetto di mutilazione, blocchi, ritardi, in un crescendo di impossibilità espressiva, di richieste di aiuto che rimangono incastrate nelle gole delle vittime, spinte in profondità tanto dai carnefici quanto da una natura bestiale, da un destino di rassegnazione.

Quando ci si trova davanti a Febbre tutto è modificato, la decostruzione dei soggetti si infiltra nel testo. Non esistono più persone ma solo A, B, C ed M, i quali in lingua originale vengono presentati con ambiguità, senza una netta chiarificazione di genere. A, B, C, ed M parlano tra di loro, ma non parlano tra di loro veramente. I dialoghi sembrano essere monologhi che si schiantano e che talvolta si intersecano, sono urla, racconti, sono personalità tentacolari di un’unica testa disperata. La dichiarazione di bisogno di amore di A è un flusso ininterrotto senza punteggiatura, una pioggia di bisogni non da ottenere, ma da dare, bisogni interiori di qualcuno-a-cui. Una richiesta inascoltata. Il linguaggio di Sarah Kane accentua le incursioni nel poetico, le carneficine rimangono presenti ma si fanno più diradate, l’inferno è sempre più dentro e sempre meno fuori. La progressione cronologica dei testi, accompagna il lettore nella sempre più chiara dissoluzione psichica dell’autrice, che più sprofonda nella propria morte, più risulta in grado di colarne i risvolti con calcolata atrocità all’interno dei suoi personaggi.

Psicosi della 4 e 48 è il compimento del percorso. Le parole sono poesia lanciata contro le pagine, dove ogni spazio offerto dalla carta viene utilizzato per disporre parole, numeri, per dare un senso spaziale al trionfo della morte, per mostrare quel linguaggio della depressione a livello sinaptico, nel suo apparire forzoso, scomposto, allucinatorio. Una morte trionfante e sottomettente, così come quella vita umana che in tutto l’arco della produzione dell’autrice si è presentata come soverchiante, anima del sopruso. “Non ho nessuna voglia di morire, nessun suicida ne ha mai avuta” è una tra le ultime battute di un testo che si fa tanto più lacerante quanto più si pensa al destino della Kane. Il testo è un gorgo di disperazione e affermazione, di fiducia e di disprezzo, di ricerca, di consapevolezza di ciò che potrebbe essere salvifico ma che allo stesso tempo mai sarà. C’è l’ondata distruttiva della chimica, la sua asettica descrizione fatta di virgole, milligrammi, effetti collaterali, pensieri impastatati, catatonie, deformazioni della carne, c’è il suo sopportarla, il suo negarla, il rigetto, la scoperta della chimica come via del trapasso. C’è la psichiatria, il dialogo, la fede nel camice, il disprezzo del camice, l’illusione dell’amicizia del camice quando invece il sentimento è sempre già espulso. Una disperazione avvolgente che corre sulle pagine da sinistra a destra ma anche da destra a sinistra, in diagonale. Spazi, spazi bianchi, gli spazi del vuoto, riempito dal pensiero improvviso della lacerazione verbale della ricerca dell’Altro, con la A maiuscola, il Grande Altro, la grande A, l’Amore, l’Amore del mondo, per il mondo, l’Amore strappato via. La Psicosi è conversione del teatrale nel poetico, è sofferenza allo stato larvale, ma racchiude in sé nugoli di dolcezza estrema annidati in una lucidità scomposta, temporanea, ma allo stesso tempo chiara e consapevole rispetto all’impossibilità della fuga dalla fine.

I testi teatrali di Sarah Kane sono uno dei viaggi più intensi che possano essere svolti all’interno del Male Oscuro attraverso la strada della letteratura. Sono echi di dolore che nel loro rivolgersi alla vita, riverberano contro i limiti della stessa, riportandoci all’orecchio la ripetizione costante della violenza che l’esistenza impone al nostro essere, quella stessa ripetizione che C urla a gran voce in Febbre: “Cosa mi hanno fatto? Cosa mi hanno fatto? Cosa mi hanno fatto? Cosa mi hanno fatto? Cosa mi hanno fatto? Cosa mi hanno fatto? Cosa mi hanno fatto? Cosa mi hanno fatto? Cosa mi hanno fatto? Cosa mi hanno fatto? Cosa mi hanno fatto? Cosa mi hanno fatto? Cosa mi hanno fatto? Cosa mi hanno fatto? Cosa mi hanno fatto? Cosa mi hanno fatto? Cosa mi hanno fatto?”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...