Ó Ceallaigh: Bloc e bordelli turchi

oceallagi

 

“Non è la morte in sé ad essere terribile, pensò Nic, prendendo l’ascensore giù verso il pian terreno. La cosa terribile è la morte in vita. Tutt’intorno a lui c’erano uomini che avevano mollato. Dovunque vedeva facce sconfitte. Questi uomini avevano perso più dell’amore, o dello spirito dell’amore; avevano perso la partita. Erano corpi che occupavano spazio. Se ragionavi su quanto di loro fosse rimasto, ti rendevi conto di quanto fossero solo apparati digerenti che consumavano troppo, che ingrassavano, inalando aria pulita e rigettandola fuori marcia. Aspettavano solo il suono distante di un’ambulanza e, quando poi effettivamente morivano, c’era davvero poco da rimuovere”.

Come appare dalla quarta di copertina, in un oggetto libro curatissimo pubblicato da Racconti Edizioni, i racconti di Ó Ceallaigh sono frammenti di periferia. Non una periferia mistica e bucolica, ma una periferia strutta nella sua monotonia. Le irruzioni che frammentano le esistenze dei personaggi sono immediate, dall’esigenza di una riparazione in strada ad un tradimento consumato in un vicolo, cemento e carne, carne e cemento, materia. È una periferia materiale, non ritrovo di anime belle emarginate, ma di emarginati annichiliti portati all’interiore odio gli uni per gli altri.

“Lo capisco, pensò, come la gente, spende la vita ossessionata dai soldi, dall’accrescere il suo personale stock di beni materiali e dal migliorare il proprio aspetto fisico, per essere un insetto più appariscente tra gli insetti noiosi. La verità è che ci disprezziamo l’un l’altro, le persone non rispettano le altre persone, rispettano i soldi. Sono la persona meno materialistica che conosco e se avessi i soldi alzerei mura e cancelli per preservarmi da quei selvaggi vocianti”.

Non c’è redenzione nella povertà, nell’alienazione. I racconti di Ó Ceallaigh sono atti a distruggere la figura del buon borgataro, ma allo stesso tempo non riducono la periferie ad uno spazio destinato ad essere riempito solo dalla vita criminale. Alla malinconia intellettuale di molta letteratura anglo-americana è sostituita una malinconia materiale, quotidiana, la quale però ci viene restituita priva di pietà. Gli eventi accadono, i personaggi cercano salvezze temporanee in cinque minuti di sesso occasionale, nelle speranze di incontri mancati,  in parlantine destinate a riempire orecchie di ascoltatori disinteressati, i quali potranno solo dimenticare.

C’è oppressione, c’è potere, c’è la sconfitta di una classe che ha perso, e che eppure non riesce ad uscire dai meccanismi che ne hanno dichiarato la sconfitta. C’è un bordello che è più di un racconto, ma è quell’idea introiettata che la felicità si paghi e che chi ha perso non sarà felice.  La rassegnazione che riesce a trasmettere il libro è proprio questa, “Appunti da un bordello turco” è una raccolta che non ha paura di mostrare un umano decaduto. Racconti che non temono di mostrare personaggi che hanno perso l’idea che le cose belle della vita possano essere altro, ed ha il potere di mostrarlo non attraverso dei facilmente odiabili cinici ricchi da Upper East Side, ma attraverso i reietti della periferia di Bucarest. Ó Ceallaigh, ci mostra con crudezza quello che il mostro economico vorrebbe farci diventare. E come spesso ci ha resi.

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